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Nasce il “Comitato Padovano Vota Sì per Fermare il Nucleare”
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Hanno scelto la giornata dedicata all’energia pulita e al risparmio energetico – “M’illumino di meno”- per costituire “Comitato padovano vota Sì per fermare il nucleare”. Mercoledì 16 Febbraio, presso la sede di Legambiente Padova si sono riuniti esponenti di molte delle associazioni e organizzazioni che il 3 febbraio scorso hanno costituito a livello nazionale il Comitato referendario contro il nucleare: ACLI – dipartimento Pace e Stili di vita, AIAB, Alternativa, Amici della Terra, ARCI, Arci Servizio Civile, A Sud, AUSER, Comitato Si alle rinnovabili no al Nucleare, Costituente Ecologista, Ecologisti democratici, Eurosolar Italia, Fare Verde, Focsiv-Volontari nel mondo, Forum Ambientalista, FIOM, Greenpeace, L’altro Quotidiano, Legambiente, Movimento Difesa del Cittadino, Pro Natura, Rete della Conoscenza (Uds-Link), Rigas, Rivista Confronti, Slow Food, Terra! Onlus, VAS, WWF. Il comitato è aperto a tutte le organizzazioni e ai cittadini che intendono opporsi al ritorno all’energia dell’atomo e per i prossimi giorni si attendono altre adesioni di organizzazioni, singoli cittadini ed esponenti di tutte le forze politiche. Lo schieramento unitario e trasversale intende coinvolgere i cittadini nel respingere per la seconda volta nella storia del Paese la scelta nucleare per incentivare, invece, lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il risparmio energetico. Il nucleare è inutile, rischioso e controproducente: sono questi i principi alla base del Comitato “Vota si per fermare il nucleare” che opererà per promuovere capillarmente sul territorio il diritto di partecipazione democratica a questa scelta del Paese. Per aderire scrivi una mail a circolo@legambientepadova.it |
Quella partita a scacchi è truccata
Dopo oltre vent’anni di silenzio ritornano. Per farsi sentire non badano a spese. I colossi dell’energia hanno deciso d’investire 6 milioni di euro (fonte: Sole 24 ore) in una grande e suadente campagna pubblicitaria a favore del nucleare . In questi giorni sugli schermi televisivi appare una partita a scacchi. Dice uno dei giocatori: “Sono contrario all’energia nucleare perché mi preoccupo dei miei figli.” Talmente generico da apparire quasi come un pregiudizio. Facile la replica del secondo: “Io sono favorevole: tra 50 anni non potranno più contare solo sui combustibili fossili.” Naturalmente gli spot televisivi sorvolano sui problemi della sicurezza e minimizzano la non risolta questione dello smaltimento definitivo delle scorie radioattive. Eppure non c’è un solo sito sicuro e funzionante in tutto il mondo e anche gli USA hanno abbandonato, dopo anni d’ inutili esperimenti, il deposito di Yucca Mountain.
In questo spot non viene toccato il tema dei costi. Forse perché autorevoli studi, come il recente rapporto del Massachusetts Institute of Tecnology, valutano il costo dell’elettricità da nucleare maggiore di quello prodotto sia da fonti rinnovabili che dal gas. Non è un caso se il 61% della nuova potenza elettrica installata in Europa nel 2009 è rappresentata da impianti alimentati da fonti rinnovabili.. Ma queste informazioni non ci verranno certo fornite da chi punta a fare affari con il nucleare. In rete stanno circolando alcuni video in risposta allo spot sul ritorno al nucleare, qui potete trovare quello di Legambiente che ripropone la stessa metafora della partita a scacchi, arrivando però a conclusioni diametralmente opposte.
Domandiamoci piuttosto perché sentono il bisogno di convincerci sulla bontà di un ritorno al nucleare nel nostro paese. Tre notizie sembrano preoccupare realmente la lobby dell’atomo.
La prima. Martedì 21 dicembre sono state consegnate alla Camera dei deputati le firme a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare “Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”.. Decine di migliaia di firme, di cui oltre 8000 di cittadini del Veneto, per dire no al nucleare e si alle energie rinnovabili. Un’occasione per il Parlamento di recuperare credibilità affrontando i problemi veri sollevati dai cittadini.
La seconda. La recente delibera del governo non convince le Regioni che si riservano un diritto di veto, territorio per territorio, sul nostro “rinascimento atomico”.
La terza. L’appello di 200 imprenditori guidati dal vice Presidente di Confindustria Pistorio, contro la follia del nucleare. Questi ultimi sostengono che: “ Lo scenario prospettato dal Governo comporterebbe una enorme distrazione di risorse a discapito delle nuove energie (efficienza energetica e rinnovabili). La costruzione delle centrali nucleari interesserebbe una piccola minoranza di società italiane[...], se ne avvantaggerebbero pochi comparti industriali energivori e sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti attraverso l’aumento delle bollette, a cofinanziare il nucleare. Questo perché il costo delle nuove centrali è estremamente oneroso”. In sostanza la scelta nucleare determinerebbe di risorse, per giunta durante una gravissima crisi, rispetto ai più promettenti settori dell’efficienza e delle rinnovabili che saprebbero attivare, come in parte stanno già facendo, ricadute economiche e occupazionali immediate.
Considerato poi il limitato consenso nel Paese, pensiamo che il progetto nucleare si arenerà, ma avrà fatto perdere all’Italia tempo e ricchezze. Per questa ragione ci siamo rivolti al Parlamento con una proposta di legge che si propone non solo l’obiettivo di bloccare il tentativo di tornare al nucleare in Italia ma anche e soprattutto quello di mettere ordine nelle scelte degli investimenti, occupazionali, ambientali e di tutela della salute che sono il risultato di un’azione coerente di salvaguardia del clima. Ci rivolgiamo inoltre al Presidente Zaia perché in Veneto si adotti un Piano energetico Regionale improntato all’efficienza energetica: un piano di riqualificazione energetica che sposti le attività del settore edile verso la manutenzione e riqualificazione del già costruito, abbandonando la cementificazione del territorio (le recenti alluvioni non ci hanno insegnato nulla?). E poi servono una più attenta pianificazione per l’installazione delle fonti rinnovabili, mini impianti geotermici, eolici e idroelettrici su piccoli salti. Pensate forse che questo sia il programma dei soliti ambientalisti sognatori che, come ironizza Tremonti, “si trastullano con i mulini a vento”? Una risposta a questa provocazione si può trovare nelle “Proposte di Confindustria per il Piano Straordinario di Efficienza Energetica 2010”. Lo studio, molto dettagliato, giunge alle seguenti conclusioni di sintesi: “Il complesso delle misure di efficienza energetica nei vari settori industriali porterebbe ad un risparmio potenziale del nostro paese nel periodo 2010 – 2020, pari a oltre 86 Mtep di energia fossile, per raggiungere la quale si attiverebbe un impatto socio-economico pari a circa 130 miliardi di euro di domanda, un aumento della produzione industriale di 238,4 miliardi di euro ed una crescita occupazionale di circa 1,6 milioni di unità di lavoro standard.” Dunque 1,6 milioni di posti di lavoro contro i diecimila propagandati dai promotori del nucleare. Per giunta con un effetto positivo sul bilancio statale. Non è materia sufficiente per aprire un dibattito pubblico?
Oscar Mancini – Responsabile Dipartimento Ambiente e Territorio CGIL Veneto
Usa, grandi programmi solari e nucleare con il fiato corto
Arrivano dagli Usa due notizie emblematiche di importanti evoluzioni dello scenario energetico. La prima riguarda la partenza del solare di grande taglia dopo un ventennio di stasi. L’ultima approvazione fa riferimento ai 1.000 MW del Blythe Solar Power Project da realizzare in quattro gruppi nel deserto californiano del Mojave dal gruppo tedesco Solar Millennium ad un costo di 5 miliardi di dollari. L’impianto produrrà annualmente 2,2 TWh e garantirà lavoro a 400 addetti per i 40 anni di vita della centrale. Si tratta del sesto progetto approvato negli ultimi mesi.
Il rilancio di queste tecnologie avviene vent’anni dopo l’entrata in funzione dei 354 MW delle centrali solari della Luz, tuttora perfettamente funzionanti, dopo la cui realizzazione tutto si era bloccato. Le nuove centrali solari sono le prime di un ampio pacchetto di 7,8 GW – concentratori cilindro parabolici, a torre, Stirling – che verranno costruite in California, Nevada ed Arizona.
L’inserimento delle rinnovabili
Le nuove energie si misurano con il territorio, ma sono necessarie regole certe. La causa delle distorsioni e delle speculazioni che si sono registrate in Italia per la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili ha una causa specifica: la mancanza di linee guida. Un articolo per la rivista QualEnergia di Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.
Nelle ultime settimane è esplosa la polemica intorno alle rinnovabili. Fotovoltaico a terra, eolico on/off shore, centrali a biomasse, sembrano essere diventati – stando alla lettura che ci hanno restituito i mass media - i nuovi nemici dell’ambiente. Da una parte i difensori integerrimi della bellezza, dall’altra i nuovi affaristi delle rinnovabili, con tanto di corte di sviluppatori al seguito, fino alle infiltrazioni mafiose, luogo in ogni caso di corruzione e malaffare. La febbre è salita rapidamente e tra sfregi al paesaggio, facili guadagni, impianti costruiti e mai collegati alla rete, è cresciuto il rumore di fondo contro le rinnovabili.
Se ci ponessimo la classica domanda «cui prodest?» non potremmo non rilevare come dalla confusione creata si avvantaggino i settori energetici concorrenti, mentre si diffonde un senso comune secondo cui non ci sono fonti energetiche buone o cattive, ma tutte hanno qualche scheletro nell’armadio da nascondere, tanto che a gioire accanto ai petrolieri sono i nuclearisti.
Ma la domanda, per quanto offra una chiave di lettura credibile dell’impennata massmediatica, non può neanche giustificare il rifiuto dell’analisi e della difesa aprioristica del sistema delle rinnovabili in Italia. Questi anni ci consentono un primo bilancio per individuare le distorsioni e gli errori, per distinguere il fisiologico dal patologico e capire le terapie. È questo il modo migliore per rilanciare il settore.
Due i dati di partenza. È indubbio che il settore delle energie rinnovabili ha avuto un’esplosione in pochi anni. A marzo 2010 erano 6.993 i Comuni con almeno un impianto installato – pari all’86% dei Comuni -, arrivando a coprire il 20% del consumo lordo di energia elettrica, nel 2008 erano solo 3.190. È anche evidente che in questo processo ha trovato spazio la speculazione. Bisogna salvare la crescita e individuare gli strumenti per colpire la speculazione. In ogni caso, sostenere, come fanno i detrattori delle rinnovabili, che tutto il settore è in mano alla mafia o che il sistema degli incentivi favorisce la corruzione e l’infiltrazione mafiosa, per trarne la conseguenza che le rinnovabili sono sbagliate, è una falsità e un grave errore dettato dalla ricerca esasperata della polemica a ogni costo che, pur di gettare fango soprattutto sull’eolico, non disdegna insinuazioni, allarmismi e falsità. A nessuno infatti viene in mente di sostenere che i centri commerciali o la costruzione di ospedali e strade, o i rifiuti siano settori “intrinsecamente” mafiosi, perché in alcuni territori sono in mano alle mafie.
Innanzitutto va detto, senza equivoci, che il così detto far west delle rinnovabili ha un responsabile preciso: ilGoverno nazionale, o meglio i Governi che si sono succeduti dal 2003, da quando cioè stiamo aspettando le linee guida nazionali per le rinnovabili, la cui assenza ha permesso alla Corte Costituzionale di bocciare quelle che alcune Regioni si erano fatte in casa, e ha “foraggiato” il caos, nel quale hanno proliferato gli sviluppatori, si sono trovati deboli i Comuni nella trattativa con le aziende proponenti, hanno trovato cittadinanza progetti insulsi e dannosi, mentre si è consumata per l’eolico off-shore una tipica commedia all’italiana con procedure borboniche e poteri tutti centralizzati presso i ministeri. La mancanza di regole semplici e valide per tutti ha fatto impazzire il mercato, favorendo le figure di intermediari, primo luogo di infiltrazione della corruzione e della moltiplicazione delle offerte. Questo è il peccato originale delle rinnovabili in Italia e delle distorsioni che si stanno palesando nei territori.
Questo è l’elemento dirimente se si vuole davvero capire cosa sta succedendo nel territorio. Non dobbiamo confondere le cause. Sarebbe infatti un errore anche solo adombrare che le infiltrazioni speculative derivino da incentivi troppo alti. È la mancanza delle linee guida nazionali ad aver creato il caos, se dimentichiamo questo assunto non possiamo neanche procedere nella riflessione e capire quali correttivi vanno rapidamente inseriti a partire dalla modularità degli incentivi. È indubbio, come già accennato, che in questi anni siano emerse delle criticità. Su queste proviamo a intenderci. Sul territorio si incontrano tre questioni che, per ragioni diverse, possiamo considerare prioritarie: la qualità del paesaggio, la solitudine del Sindaco, il ruolo dei proponenti.
Il paesaggio, che è in genere il principale punto di attacco da parte dei detrattori, in realtà è il problema secondario, per almeno tre motivi. C’è innanzitutto un motivo tecnico: gli impianti sono sempre impianti leggeri che, esaurito il loro ciclo o divenuti desueti per lo sviluppo tecnologico, possono facilmente essere smontati, senza che rimangano ferite definitive.
C’è poi un motivo culturale: in Italia non corriamo il rischio di intaccare la naturalità dei siti, che non c’è da parecchie centinaia di anni, per il semplice fatto che gli attuali paesaggi sono stati costruiti dall’uomo, trasformazione dopo trasformazione. Gli stessi che si scandalizzano per una fila di pali a vento nulla dicono su altre ben più pesanti trasformazioni, come i centri commerciali che guidano l’urbanizzazione selvaggia consumando nuovo suolo, o le cave, che punteggiano il Bel Paese; tutti interventi irreversibili. Inoltre la bellezza del paesaggio è un fattore storico e con forti elementi di soggettività, da cui è difficile evadere: basti, per tutti, l’esempio della Tour Eiffel, ferocemente contestata al momento della sua costruzione per l’Esposizione universale del 1900, tanto che per mettere a tacere le polemiche si decise di smontarla alla fine dell’evento; dopo 110 anni la Tour Eiffel è lì, simbolo inespugnabile di Parigi, segno indelebile dello skyline parigino. Gli impianti eolici, se ben inseriti, possono rappresentare un’ulteriore evoluzione del paesaggio italiano, perché, come ci ricorda Amin Maoluf, l’identità non si dà una volta per tutte, ma continuamente si evolve. Se volete la riprova, date un’occhiata al volume “Smisurati Giganti”, recentemente pubblicato da Legambiente e ANEV: in molti territori i moderni mulini a vento aggiungono valore estetico, migliorano il paesaggio, non lo danneggiano.
C’è infine un motivo professionale. Esistono in Italia fior di facoltà che formano professionisti del paesaggio, a loro bisogna rivolgersi per ottenere il miglior inserimento possibile degli impianti nei paesaggi esistenti. È evidente che comunque esistono aree dove non si può intervenire con nessun impianto e altre per le quali deve diventare obbligatorio il contributo dei professionisti per creare nuove linee di paesaggio altrettanto belle di quelle create nel passato.
Ma da qui a negare l’indispensabilità dell’eolico in Italia ce ne corre, ed è qui che paghiamo l’assenza delle linee guida nazionali.
Altra questione delicata riguarda l’attrattiva che le offerte di impianti possono avere per i Sindaci. Stretti tra svuotamento delle casse comunali e mancanza di personale in grado di analizzare con la dovuta competenza le proposte, troppo spesso i Sindaci, inseguendo il bisogno di nuovi introiti, non si trovano nelle condizioni e con i giusti rapporti di forza per governare il fenomeno e chiedere sostanziali modifiche e diversificazioni.
C’è bisogno di una regia di area, di un coordinamento degli Enti locali, probabilmente si deve pensare a un serioprotagonismo delle Province, che metta a disposizione degli Enti locali competenze, piani di realizzazione, criteri e regole per ottenere il massimo senza deturpare il territorio o subire speculazioni insostenibili, in modo che i Comuni, soprattutto i piccoli Comuni, non si espongano indifesi alle pressioni degli operatori.
Infine, anche su questo terreno paghiamo gli effetti del decreto sblocca centrali del 2002, che ha lasciato in mano al mercato l’individuazione dei siti dove costruire centrali, con l’effetto, ad esempio nel settore del metano, di avere sul tavolo un’offerta di rigassificatori assolutamente sovradimensionata, con proposte di alcune localizzazioni decisamente impraticabili. Anche per le rinnovabili è il privato che liberamente sceglie sito, potenza, modalità realizzative, senza che ci sia una politica di indirizzo dei Governi regionali, con individuazione delle aree disponibili, delle compatibilità ambientali e delle tipologie costruttive.
Dall’insieme di questi fattori derivano le criticità più esplosive e le distorsioni da eliminare per sostenere lo sviluppo corretto delle rinnovabili. Le ferite al paesaggio (meno numerose di quel che si pensi) inferte dall’eolico, la competizione del fotovoltaico a terra con l’agricoltura, la diffusione della speculazione e dell’illegalità.
In attesa delle linee guida (nel frattempo pubblicate dal Ministero dello Sviluppo Economico, ndr), che come abbiamo detto rimane la madre di tutte le disfunzioni, per ridurre la penetrazione dell’illegalità e delle speculazioni pensiamo sia necessario proporre un codice etico che volontariamente gli operatori sottoscrivono. Sostenuto da chiare politiche di indirizzo sulle aree e sulle tipologie da parte dei Governi regionali, a cui vanno aggiunte la certezza dei tempi, la semplificazione normativa, l’eliminazione degli intermediari, il ruolo di coordinamento delle Province.
Maggior attenzione va poi dedicata dagli amministratori locali all’integrazione tra più fonti, come già succede in molti Comuni per ottimizzare le caratteristiche del territorio e dare spazio adeguato alle biomasse e in generale alle agroenergie. 825 sono i Comuni 100% rinnovabili in cui la produzione elettrica da rinnovabili supera il consumo interno, escludendo i grandi impianti dell’idroelettrico, 24 i Comuni che superano il fabbisogno termico e 15 quelli che superano sia il fabbisogno elettrico che termico. Mentre attraverso la modularità degli incentivi va indirizzato il mercato a non occupare aree agricole con mega impianti di fotovoltaico, utilizzando piuttosto i tetti di capannoni e costruzioni, le aree degradate, le cave e le terre abbandonate.
Ma alla base di qualunque ragionamento su come governare nel territorio la diffusione delle rinnovabili, con molta chiarezza dobbiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a una priorità indiscutibile: i cambiamenti climatici. Questo il punto di partenza di ogni ragionamento. I cambiamenti climatici si combattono con l’efficienza energetica e con le rinnovabili.
L’una e l’altra azione comportano anche una buona risposta alla crisi economica, non solo per le nuove filiere industriali, ma anche per ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico. Bastano questi accenni per capire che la partita che si gioca intorno alle rinnovabili ha bisogno, oltre che di regole certe, di una visione strategica per il futuro del Paese. Ridurre le emissioni e la dipendenza energetica, favorire lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di CO2, sostenere la diffusione di stili di vita, personali e collettivi, a zero emissioni, nei trasporti come nell’abitare, investire nella ricerca di tecnologie sempre più avanzate sia per l’efficienza energetica che per la produzione di energia rinnovabile, rappresentano la risposta più intelligente e più efficace sia per contrastare i cambiamenti climatici sia per rispondere alla crisi economica.
Tutto ciò passa obbligatoriamente attraverso la generazione distribuita sul territorio, che vuol dire eliminazione delle megacentrali, vicinanza tra luogo della produzione e luogo del consumo di energia, massima flessibilità e articolazione nell’approvvigionamento energetico a seconda delle caratteristiche del territorio. Senza tutto ciò anche la battaglia contro il nucleare diventa meno credibile.
Vittorio Cogliati Dezza (Presidente Legambiente)
Fonte: www.qualenergia.it
L’energia solare costa meno di quella nucleare
Lo studio del professor di Economia alla Duke University, John Blackburn, è destinato a far discutere. Al centro della ricerca ci sono i costi di produzione dell’energia. E stando ai risultati, oggi in America costa meno quella solare di quella nucleare. Insomma, le energie rinnovabili vincono anche la sfida che più interessa ai consumatori: la guerra dei prezzi.
“Il solare fotovoltaico (energia solare più eolica) ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare”, afferma Blackburn nell’articolo Solar and Nuclear Costs (ripreso dal New York Times ieri). “Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora”. A leggere bene, lo studio è un po’ fazioso. Il termine di paragone sono le future centrali nucleari previste in North Carolina, che hanno costi di attivazione elevati. In pratica Blackburn ha comparato i prezzi inserendo i costi per mettere in attività i due sistemi e chiaramente costruire una centrale nucleare comporta una spesa non indifferente e certamente più elevata. Poi alla lunghissima questi costi si riducono, ma nel medio-lungo periodo non c’è competizione: il solare fotovoltaico costa meno. E in più non presenta controindicazioni per la sicurezza.
Oltre ai rischi, il nucleare quindi sembra superato da energie pulite. Entrambi i metodi di produzione hanno pro e contro da soppesare nella bilancia di confronto. Senza dubbio lo studio di Blackburn attirerà critiche e repliche e sicuramente riscuoterà diffusi consensi.
Fonte: www.libero-news.it












