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Le rinnovabili termiche lanciano la sfida al fotovoltaico

Le fonti pulite per il riscaldamento e il raffrescamento, è emerso nella conferenza nazionale di Amici della Terra, possono garantire 19,6 Mtep al 2020

In un momento in cui si parla tantissimo di fotovoltaico e del suo livello di incentivazione, Amici della Terra reclama invece più attenzione per le fonti rinnovabili termiche, che potrebbero dare un contributo molto più determinante al raggiungimento degli obiettivi europei. Di questi temi si è ampiamente discusso la scorsa settimana nel corso della Seconda Conferenza nazionale sulle rinnovabili termiche, che già oggi forniscono un apporto non trascurabile: il Piano nazionale per le fonti rinnovabili (Pan 2010) stima che le termiche abbiano contribuito nel 2009 per 3,4 Mtep ai consumi finali lordi dell’Italia, con una quota del 34% rispetto al totale delle energie pulite (elettriche 5,4 Mtep, biocarburanti 1,0 Mtep).
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Rinnovabili, Ue bacchetta Italia. Il 20/4 sindacati in piazza a Roma

Roma, 18 apr (Il Velino) – Non compromettere gli investimenti nel settore delle rinnovabili che potrebbero essere messi in discussione dal recente decreto e rendere trasparenti gli obiettivi italiani al 2020 con incentivi chiari e stabili. Lo ha scritto il commissario Ue per l’energia Gunther Oettinger in una lettera indirizzata al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, resa nota dal sito Qualenergia.it, nella quale Oettinger esprime tutte le sue preoccupazioni in particolare sul fotovoltaico, che va – secondo il responsabile energia della Commissione – a compromettere gli investimenti in corso e non solo a livello italiano. Secondo Oettinger gli uffici di Bruxelles sono stati “contattati da un numero elevato di operatori a proposito delle riforme ai sistemi di incentivi” che “compromettono direttamente o indirettamente investimenti in corso”, “sollevano serie preoccupazioni tra gli investitori” e “destano la mia preoccupazione”. L’Italia, aggiunge Oettinger nella lettera, “è tenuta a raggiungere la quota del 17% dei consumi finali lordi di energia da fonti rinnovabili entro l’anno 2020. Come indicato nel Piano d’azione nazionale per le energie rinnovabili”. Per questo, conclude il commissario Ue “risulta fondamentale che il governo italiano crei quanto prima un quadro interno d’incentivazione chiaro, stabile e prevedibile per garantire lo sviluppo delle rinnovabili, senza correre il rischio che i necessari investimenti privati siano rimandati e diventino più costosi, ostacolando così il raggiungimento del suddetto obiettivo”.

Fonte:www.ilvelino.it

Libia:Greenpeace, più rinnovabili riducono impatto crisi geopolitiche

Roma, 23 feb. – (Adnkronos) – La crisi in Libia e le sue ripercussioni nelle forniture di petrolio e gas al nostro Paese “dimostrano, ancora una volta, quanto le energie rinnovabili siano fondamentali anche per migliorare la sicurezza negli approvvigionamenti energetici in Italia”. Così Greenpeace interviene sull’attuale scenario della Libia sottolineando come le energie verdi possano ridurre l’impatto delle crisi geopolitiche. “Le fonti rinnovabili sono le uniche in grado di aumentare l’indipendenza dall’estero e ridurre l’impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori”, sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

Quasi tutto il petrolio e il gas, ricorda l’associazione ecologista, provengono dall’estero e ancora nel 2010 la bolletta energetica ha pesato per oltre 51 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini italiani. E questo vale del resto anche per l’uranio che dovrebbe alimentare le centrali nucleari previste dal Governo.

“Questa situazione rende ancor più assurda la campagna contro le rinnovabili in corso nel nostro Paese. Il Governo – continua Belli – dovrebbe rivedere, anche per questo motivo, la sua proposta di Decreto sulle rinnovabili che, di fatto, renderà molto difficile lo sviluppo di una filiera nazionale dell’energia solare fotovoltaica ed eolica. Fonti energetiche che, in questi ultimi anni, sono finalmente decollate anche in Italia”.

Fonte : http://www.libero-news.it

La rivoluzione della spesa “Basta con gli involucri”

I grandi magazzini Sainsbury’s di Londra vendono i cereali in buste di plastica. E’ la tendenza a risparmiare sul packaging: i prezzi scendono, si riduce l’inquinamento globale e la quantità di rifiuti da smaltire

LONDRA
Care vecchie scatole di cereali addio. A prendere un bel respiro e consegnare alla storia uno dei simboli della tavola anglosassone è il gigante dei supermercati Sainsbury’s. Che dopo un anno di test pilota, conti col pallottoliere, studi di mercato per capire se si rischiasse la rivolta dei clienti (ai britannici impressiona più sostituire il tradizionale doppio rubinetto del lavabo con il miscelatore, che il matrimonio gay) ha deciso di dare il via libera alla rivoluzione.

A partire da dicembre i cereali modello «classico» di Sainsbury’s si troveranno solo in busta: l’ecologia lo chiede. E i clienti sono d’accordo. Senza contare che i costi della distribuzione scenderanno. Quindi tutti contenti. Tanto che, col tempo, l’intera gamma di cereali prodotti dal gigante dei supermercati, fatta eccezione per quelli a biscotto, che altrimenti si romperebbero, perderanno il contenitore rettangolare.

«Così si perde un’icona della prima colazione britannica – spiega Stuart Lendrum, capo del packaging di Sainsbury’s – ma in questo modo risparmieremo cartone, spazi e ridurremo il nostro consumo di anidride carbonica». Nella grande distribuzione ogni piccolo dettaglio ha una grande ricaduta: i clienti useranno un minor numero di sacchetti di plastica perché il volume occupato dai cereali sarà ridotto. E anche il consumo di carburante dei camion scenderà visto che si potrà caricare più prodotto a ogni viaggio. Senza contare che per ciò che riguarda la sola linea «classic», i risparmi ammonteranno a più di 165 tonnellate all’anno. Vantaggi che hanno spinto Sainsbury’s a rischiare. «La risposta dei nostri clienti alla novità introdotta nella linea Rice Pops, venduta per oltre un anno nella sola busta di plastica, è stata ottima – ha sottolineato Lendrum – perciò abbiamo deciso di procedere con gli altri prodotti».

Sainsbury’s sta cercando di convincere altri grandi marchi produttori di cereali – uno su tutti, la Kellogg’s – a seguire l’esempio. Ma è un tentativo andato a vuoto. Il colosso americano non ha intenzione, quantomeno nell’immediato futuro, di abbandonare la celebre scatola col gallo. «I nostri studi – ha detto al Times un portavoce dell’azienda – mostrano che i fiocchi si rovinano se non c’è la protezione di cartone. Inoltre le nostre scatole e le buste contenitive sono interamente riciclabili. Se si usa solo il sacchetto per impacchettare i cereali bisogna usare una plastica più spessa, più difficile da smaltire». E visto che ogni giorno i britannici consumano 2,8 milioni di scodelle di Kellogg’s Corn Flakes non si tratta di numeri da poco.

Non è la prima volta che Sainsbury’s decide di compiere una scelta «unilaterale»: anche il latte è stato sfrattato dalle confezioni di plastica per finire in buste sottili. «Eliminare le scatole dei cereali – conclude Lendrum – ci aiuterà a tagliare il packaging di un terzo entro il 2015».

L’inserimento delle rinnovabili

Le nuove energie si misurano con il territorio, ma sono necessarie regole certe. La causa delle distorsioni e delle speculazioni che si sono registrate in Italia per la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili ha una causa specifica: la mancanza di linee guida. Un articolo per la rivista QualEnergia di Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.

Nelle ultime settimane è esplosa la polemica intorno alle rinnovabili. Fotovoltaico a terra, eolico on/off shore, centrali a biomasse, sembrano essere diventati – stando alla lettura che ci hanno restituito i mass media - i nuovi nemici dell’ambiente. Da una parte i difensori integerrimi della bellezza, dall’altra i nuovi affaristi delle rinnovabili, con tanto di corte di sviluppatori al seguito, fino alle infiltrazioni mafiose, luogo in ogni caso di corruzione e malaffare. La febbre è salita rapidamente e tra sfregi al paesaggio, facili guadagni, impianti costruiti e mai collegati alla rete, è cresciuto il rumore di fondo contro le rinnovabili.

Se ci ponessimo la classica domanda «cui prodest?» non potremmo non rilevare come dalla confusione creata si avvantaggino i settori energetici concorrenti, mentre si diffonde un senso comune secondo cui non ci sono fonti energetiche buone o cattive, ma tutte hanno qualche scheletro nell’armadio da nascondere, tanto che a gioire accanto ai petrolieri sono i nuclearisti.

Ma la domanda, per quanto offra una chiave di lettura credibile dell’impennata massmediatica, non può neanche giustificare il rifiuto dell’analisi e della difesa aprioristica del sistema delle rinnovabili in Italia. Questi anni ci consentono un primo bilancio per individuare le distorsioni e gli errori, per distinguere il fisiologico dal patologico e capire le terapie. È questo il modo migliore per rilanciare il settore.

Due i dati di partenza. È indubbio che il settore delle energie rinnovabili ha avuto un’esplosione in pochi anni. A marzo 2010 erano 6.993 i Comuni con almeno un impianto installato – pari all’86% dei Comuni -, arrivando a coprire il 20% del consumo lordo di energia elettrica, nel 2008 erano solo 3.190. È anche evidente che in questo processo ha trovato spazio la speculazione. Bisogna salvare la crescita e individuare gli strumenti per colpire la speculazione. In ogni caso, sostenere, come fanno i detrattori delle rinnovabili, che tutto il settore è in mano alla mafia o che il sistema degli incentivi favorisce la corruzione e l’infiltrazione mafiosa, per trarne la conseguenza che le rinnovabili sono sbagliate, è una falsità e un grave errore dettato dalla ricerca esasperata della polemica a ogni costo che, pur di gettare fango soprattutto sull’eolico, non disdegna insinuazioni, allarmismi e falsità. A nessuno infatti viene in mente di sostenere che i centri commerciali o la costruzione di ospedali e strade, o i rifiuti siano settori “intrinsecamente” mafiosi, perché in alcuni territori sono in mano alle mafie.

Innanzitutto va detto, senza equivoci, che il così detto far west delle rinnovabili ha un responsabile preciso: ilGoverno nazionaleo meglio i Governi che si sono succeduti dal 2003, da quando cioè stiamo aspettando le linee guida nazionali per le rinnovabili, la cui assenza ha permesso alla Corte Costituzionale di bocciare quelle che alcune Regioni si erano fatte in casa, e ha “foraggiato” il caos, nel quale hanno proliferato gli sviluppatori, si sono trovati deboli i Comuni nella trattativa con le aziende proponenti, hanno trovato cittadinanza progetti insulsi e dannosi, mentre si è consumata per l’eolico off-shore una tipica commedia all’italiana con procedure borboniche e poteri tutti centralizzati presso i ministeri. La mancanza di regole semplici e valide per tutti ha fatto impazzire il mercato, favorendo le figure di intermediari, primo luogo di infiltrazione della corruzione e della moltiplicazione delle offerte. Questo è il peccato originale delle rinnovabili in Italia e delle distorsioni che si stanno palesando nei territori.

Questo è l’elemento dirimente se si vuole davvero capire cosa sta succedendo nel territorio. Non dobbiamo confondere le cause. Sarebbe infatti un errore anche solo adombrare che le infiltrazioni speculative derivino da incentivi troppo alti. È la mancanza delle linee guida nazionali ad aver creato il caos, se dimentichiamo questo assunto non possiamo neanche procedere nella riflessione e capire quali correttivi vanno rapidamente inseriti a partire dalla modularità degli incentivi. È indubbio, come già accennato, che in questi anni siano emerse delle criticità. Su queste proviamo a intenderci. Sul territorio si incontrano tre questioni che, per ragioni diverse, possiamo considerare prioritarie: la qualità del paesaggio, la solitudine del Sindaco, il ruolo dei proponenti.

Il paesaggio, che è in genere il principale punto di attacco da parte dei detrattori, in realtà è il problema secondario, per almeno tre motivi. C’è innanzitutto un motivo tecnico: gli impianti sono sempre impianti leggeri che, esaurito il loro ciclo o divenuti desueti per lo sviluppo tecnologico, possono facilmente essere smontati, senza che rimangano ferite definitive.
C’è poi un motivo culturale: in Italia non corriamo il rischio di intaccare la naturalità dei siti, che non c’è da parecchie centinaia di anni, per il semplice fatto che gli attuali paesaggi sono stati costruiti dall’uomo, trasformazione dopo trasformazione. Gli stessi che si scandalizzano per una fila di pali a vento nulla dicono su altre ben più pesanti trasformazioni, come i centri commerciali che guidano l’urbanizzazione selvaggia consumando nuovo suolo, o le cave, che punteggiano il Bel Paese; tutti interventi irreversibili. Inoltre la bellezza del paesaggio è un fattore storico e con forti elementi di soggettività, da cui è difficile evadere: basti, per tutti, l’esempio della Tour Eiffel, ferocemente contestata al momento della sua costruzione per l’Esposizione universale del 1900, tanto che per mettere a tacere le polemiche si decise di smontarla alla fine dell’evento; dopo 110 anni la Tour Eiffel è lì, simbolo inespugnabile di Parigi, segno indelebile dello skyline parigino. Gli impianti eolici, se ben inseriti, possono rappresentare un’ulteriore evoluzione del paesaggio italiano, perché, come ci ricorda Amin Maoluf, l’identità non si dà una volta per tutte, ma continuamente si evolve. Se volete la riprova, date un’occhiata al volume “Smisurati Giganti”, recentemente pubblicato da Legambiente e ANEV: in molti territori i moderni mulini a vento aggiungono valore estetico, migliorano il paesaggio, non lo danneggiano.

C’è infine un motivo professionale. Esistono in Italia fior di facoltà che formano professionisti del paesaggio, a loro bisogna rivolgersi per ottenere il miglior inserimento possibile degli impianti nei paesaggi esistenti. È evidente che comunque esistono aree dove non si può intervenire con nessun impianto e altre per le quali deve diventare obbligatorio il contributo dei professionisti per creare nuove linee di paesaggio altrettanto belle di quelle create nel passato.
Ma da qui a negare l’indispensabilità dell’eolico in Italia ce ne corre, ed è qui che paghiamo l’assenza delle linee guida nazionali.

Altra questione delicata riguarda l’attrattiva che le offerte di impianti possono avere per i Sindaci. Stretti tra svuotamento delle casse comunali e mancanza di personale in grado di analizzare con la dovuta competenza le proposte, troppo spesso i Sindaci, inseguendo il bisogno di nuovi introiti, non si trovano nelle condizioni e con i giusti rapporti di forza per governare il fenomeno e chiedere sostanziali modifiche e diversificazioni.
C’è bisogno di una regia di area, di un coordinamento degli Enti locali, probabilmente si deve pensare a un serioprotagonismo delle Province, che metta a disposizione degli Enti locali competenze, piani di realizzazione, criteri e regole per ottenere il massimo senza deturpare il territorio o subire speculazioni insostenibili, in modo che i Comuni, soprattutto i piccoli Comuni, non si espongano indifesi alle pressioni degli operatori.

Infine, anche su questo terreno paghiamo gli effetti del decreto sblocca centrali del 2002, che ha lasciato in mano al mercato l’individuazione dei siti dove costruire centrali, con l’effetto, ad esempio nel settore del metano, di avere sul tavolo un’offerta di rigassificatori assolutamente sovradimensionata, con proposte di alcune localizzazioni decisamente impraticabili. Anche per le rinnovabili è il privato che liberamente sceglie sito, potenza, modalità realizzative, senza che ci sia una politica di indirizzo dei Governi regionali, con individuazione delle aree disponibili, delle compatibilità ambientali e delle tipologie costruttive.

Dall’insieme di questi fattori derivano le criticità più esplosive e le distorsioni da eliminare per sostenere lo sviluppo corretto delle rinnovabili. Le ferite al paesaggio (meno numerose di quel che si pensi) inferte dall’eolico, la competizione del fotovoltaico a terra con l’agricoltura, la diffusione della speculazione e dell’illegalità.
In attesa delle linee guida (nel frattempo pubblicate dal Ministero dello Sviluppo Economico, ndr), che come abbiamo detto rimane la madre di tutte le disfunzioni, per ridurre la penetrazione dell’illegalità e delle speculazioni pensiamo sia necessario proporre un codice etico che volontariamente gli operatori sottoscrivono. Sostenuto da chiare politiche di indirizzo sulle aree e sulle tipologie da parte dei Governi regionali, a cui vanno aggiunte la certezza dei tempi, la semplificazione normativa, l’eliminazione degli intermediari, il ruolo di coordinamento delle Province.

Maggior attenzione va poi dedicata dagli amministratori locali all’integrazione tra più fonti, come già succede in molti Comuni per ottimizzare le caratteristiche del territorio e dare spazio adeguato alle biomasse e in generale alle agroenergie. 825 sono i Comuni 100% rinnovabili in cui la produzione elettrica da rinnovabili supera il consumo interno, escludendo i grandi impianti dell’idroelettrico, 24 i Comuni che superano il fabbisogno termico e 15 quelli che superano sia il fabbisogno elettrico che termico. Mentre attraverso la modularità degli incentivi va indirizzato il mercato a non occupare aree agricole con mega impianti di fotovoltaico, utilizzando piuttosto i tetti di capannoni e costruzioni, le aree degradate, le cave e le terre abbandonate.

Ma alla base di qualunque ragionamento su come governare nel territorio la diffusione delle rinnovabili, con molta chiarezza dobbiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a una priorità indiscutibile: i cambiamenti climatici. Questo il punto di partenza di ogni ragionamento. I cambiamenti climatici si combattono con l’efficienza energetica e con le rinnovabili.
L’una e l’altra azione comportano anche una buona risposta alla crisi economica, non solo per le nuove filiere industriali, ma anche per ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento energetico. Bastano questi accenni per capire che la partita che si gioca intorno alle rinnovabili ha bisogno, oltre che di regole certe, di una visione strategica per il futuro del Paese. Ridurre le emissioni e la dipendenza energetica, favorire lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di CO2, sostenere la diffusione di stili di vita, personali e collettivi, a zero emissioni, nei trasporti come nell’abitare, investire nella ricerca di tecnologie sempre più avanzate sia per l’efficienza energetica che per la produzione di energia rinnovabile, rappresentano la risposta più intelligente e più efficace sia per contrastare i cambiamenti climatici sia per rispondere alla crisi economica.

Tutto ciò passa obbligatoriamente attraverso la generazione distribuita sul territorio, che vuol dire eliminazione delle megacentrali, vicinanza tra luogo della produzione e luogo del consumo di energia, massima flessibilità e articolazione nell’approvvigionamento energetico a seconda delle caratteristiche del territorio. Senza tutto ciò anche la battaglia contro il nucleare diventa meno credibile.

Vittorio Cogliati Dezza (Presidente Legambiente)

Fonte: www.qualenergia.it

Energie rinnovabili: elettricità dalle acque reflue dei palazzi

In tema di energie rinnovabili molto interessante è la possibilità di ottenere elettricità dalle acque reflue dei palazzi. È questa l’idea piuttosto innovativa portata avanti da Tom Broadbent, giovane designer britannico, che ha messo a punto un prototipo di una macchina, la quale è in grado di ricavare energia elettrica dalle acque reflue che passano nelle tubature dei palazzi. Si tratta di un progetto molto originale, che dimostra come è possibile utilizzare in modo intelligente i nostri sprechi, risparmiando e agendo nel rispetto dell’ambiente. HighDro Power è il nome dell’invenzione.
Esso si pone nel nome della realizzazione di un impatto zero sull’ambiente. La macchina in questione è capace di trasformare in energia elettrica i flussi che provengono dagli scarichi dei bagni e degli elettrodomestici. Il tutto è possibile per mezzo di una turbina a quattro pale, la quale riesce a mettere in moto un generatore elettrico. Il progetto in questo modo consente di mirare alla tutela ambientale.

Il prototipo realizzato è funzionante, anche se non è stato ancora applicato ad un palazzo. In ogni caso appare come una soluzione in grado di riservare importanti potenzialità. Non è altro che un vero e proprio impianto idroelettrico, che può essere impiegato in maniera utile, utilizzando una fonte rinnovabile come appunto le acque reflue. Il processo di produzione di energia non determina così nessuna forma di inquinamento ambientale.

In sostanza il progresso e i consumi che esso comporta possono essere facilmente conciliati con la salvaguardia dell’ambiente. Basta soltanto sfruttare in modo innovativo le idee giuste.

Fonte: www.ecoo.it

Approvati conto energia 2011 e linee guida rinnovabili

I due attesi provvedimenti, conto energia fotovoltaico e linee guida amministrative per l’autorizzazione unica ad impianti a fonti rinnovabili, sono stati approvati il 9 luglio dopo la conferenza Stato-Regioni. Regioni ed Enti locali dovranno recepire le Linee guida entro i 90 giorni dalla pubblicazione del testo. Intanto, in salvo i certificati verdi, sebbene con un loro ridotto impatto a partire dalle competenze 2011.

Il conto energia fotovoltaico e le Linee guida amministrative per le fonti rinnovabili sono stati approvati ieri 9 luglio dalla Conferenza Stato–Regioni. A breve i provvedimenti, predisposti dal Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministero dell’Ambiente, saranno pubblicati in Gazzetta (pubblicheremo già nei prossimi giorni la versione ufficiale di entrambi).

Il nuovo conto energia a partire dal 2011 prevede una riduzione delle tariffe, contenuta per i piccoli impianti e più marcata per i grandi impianti, rispetto a quelle attualmente operative. Per gli impianti che entrano in esercizio nel 2012 e nel 2013 le tariffe saranno decurtate ulteriormente del 6% ogni anno. Per gli anni successivi si provvederà con un nuovo decreto (potenza incentivabile con questo decreto è 3mila megawatt).

Il provvedimento prevede la novità di incentivi al fotovoltaico a concentrazione, alle installazioni con sistemi di accumulo e a quelle ad alta integrazione architettonica.
Secondo il provvedimento l’obiettivo atteso per il fotovoltaico al 2020, ai fini del suo contributo al target nazionale, è una potenza di 8.000 MW, molto inferiore a quanto indicato dagli operatori del settore (circa 15mila MW, considerando che già a fine anno saremo intorno ai 2.500 MW).

Le Linee Guida nazionali che sono state approvate dalla Conferanza unificata riguardano l’Autorizzazione Unicaper la realizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili . L’obiettivo in sintesi è di definire modalità e criteri unitari sul territorio nazionale per assicurare uno sviluppo ordinato sul territorio delle infrastrutture energetiche. Lo scopo di definire tali Linee Guida è soprattutto di dare regole certe che possano favorire gli investimenti e consentono di coniugare le esigenze di crescita e il rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Questo provvedimento è stato predisposto, oltre che dal Ministro dello sviluppo di concerto con il Ministro dell’ambiente, anche dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali. Le Regioni e gli Enti Locali – a cui oggi è affidata l’istruttoria di autorizzazione – dovranno recepire le Linee guidaentro i 90 giorni successivi alla pubblicazione del testo.

Intanto l’8 luglio è stato parzialmente salvato il ritiro da parte del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) dei certificati verdi in eccesso sul mercato. La Commissione Bilancio ha infatti approvato l’emendamento con la nuova versione del contestato articolo 45 della manovra, redatto dal relatore Antonio Azzollini (Pdl), che stabilisce infatti che per “contenere gli oneri generali di sistema gravanti sulla spesa energetica di famiglie e imprese” e “promuovere le fonti rinnovabili”, si “assicura che l’importo complessivo derivante dal ritiro da parte del GSE dei certificati verdi”, a decorrere “dalle competenze dell’anno 2011, sia inferiore del 30% rispetto a quello relativo alle competenze dell’anno 2010, prevedendo che almeno l’80% di tale riduzione derivi dal contenimento della quantità di certificati verdi in eccesso”. Questa misura, spiega la relazione tecnica, “non comporta effetti sui saldi di finanza pubblica”.

L’emendamento interviene anche sul Cip6, il sistema di incentivi ai produttori di energia da fonti rinnovabili e assimilate. Le risorse derivanti dalle risoluzioni anticipate delle convenzioni Cip6 saranno destinate ad un fondo del Ministero dell’Istruzione per interventi nel settore della ricerca e dell’università.

Sembra inoltre che entro luglio partiranno i lavori del tavolo sulle energie rinnovabili chiesto e ottenuto dagli Enti locali. Lo riferisce Enrico Borghi, presidente dell’Uncem, a margine della conferenza unificata che ha avuto luogo al ministero degli Affari regionali. “Il sottosegretario Saglia si è impegnato a farlo partire entro il mese. E’ un risultato importante – osserva Borghi – perché le autonomie locali stanno investendo e serve una regia”. Il tavolo servirà ad applicare il piano nazionale sulle energie rinnovabili e quindi una definizione del burden sharing delle regioni, cioè il loro contributo, diversificato per tecnologia, sull’obiettivo del paese.

Fonte: www.qualenergia.it

Nel 2030 otto milioni di posti di lavoro dalle rinnovabili

Lo studio è stato presentato da Greenpeace e dall’European Renewable Energy Council

(Rinnovabili.it) – L’energia pulita potrebbe diventare il traino dell’economia e dell’occupazione entro il 2030. E’ questo lo scenario “rinnovabile” fotografato da Energy [ R]evolution uno studio presentato oggi da Greenpeace e dall’European Renewable Energy Council su come ridurre le emissioni di CO2 e garantire allo stesso tempo la crescita economica. Un cambiamento possibile grazie all’utilizzo, in alternativa ai combustibili fossili, proprio delle rinnovabili e a uno sviluppo su vasta scala di sistemi ad alta efficienza energetica. Condizione indispensabile per raggiungere questo ambizioso traguardo sarà spingere i governi a investire nei “lavori verdi” e nell’utilizzo di fonti energetiche alternative. Una rivoluzione energetica, come l’hanno definita gli stessi attivisti di Greenpeace, che potrebbe portare tra vent’anni alla creazione di 12 milioni di posti di lavoro (di cui appunto 8,5 nelle rinnovabili). Un obiettivo importante se si considera che a oggi gli occupati diretti e indiretti nei diversi comparti delle rinnovabili sono solo 2,4 milioni a fronte di 8,7 del settore energetico a livello mondiale. Secondo le stime degli analisti che hanno lavorato a Energy [ R]evolution entro il 2030 anche il mercato globale per le tecnologie rinnovabili passerà dagli attuali 100 miliardi di dollari l’anno, a più di 600 miliardi di dollari.
La chiave di Energy [ R]evolution consiste nel creare un sistema in cui i costi degli investimenti nel settore siano condivisi in modo equo. Uno di questi meccanismi è il “Greenhouse Development Rights” che calcola quote nazionali di obbligazioni globali di gas a effetto serra. Le quote sono basate su una combinazione di responsabilità (contributo ai cambiamenti climatici) e capacità finanziaria. Positivo anche lo scenario delineato dal rapporto sulle future emissioni globali di CO2 che potrebbero raggiungere un picco nel 2015 per poi tornare a diminuire. Se l’ approvvigionamento energetico sarà basato esclusivamente su fonti “pulite” nel 2050 le emissioni di CO2 potrebbero diminuire circa dell’80% rispetto al 1990.
Il rapporto presentato oggi da Greenpeace e dall’EREC delinea i percorsi possibili per raggiungere il 100% di energie rinnovabili, anche se è ancora lungo il percorso per raggiungere questo obiettivo. In una nota pubblicata sul sito dell’associazione si legge, infatti: “Non ci sono ostacoli tecnologici, ma solo politici. Anche in Italia assistiamo al tentativo miope del governo di bloccare – nella proposta della legge Finanziaria – quegli strumenti e incentivi che hanno permesso solo negli ultimissimi anni il decollo delle fonti rinnovabili nel nostro Paese”.

Inquinamento da smog: Greenpace attacca l’Unione Europea

L’associazione ambientalista accatta l’Unione Europea per le misure adottate da quest’ultima per combattere l’inquinamento causato dai gas di scarico.

Questa è una settimana cruciale per il futuro dei veicoli cosiddetti verdi e quelli a basso consumo, perché i ministri dell’industria europei si incontreranno per preparare le strategie da adottare per il lancio definitivo di tali veicoli. Ma c’è chi reclama strategie più convincenti, o per meglio dire, più pratiche e ovviamente più immediate.

Greenpace ritiene che le misure adottate dall’Unione Europea per contrastare l’inquinamento causato dai gas di scarico delle automobili sono insufficienti. L’associazione ambientalista considera la strategia abbracciata dall’UE poco adatta a combattere tale fenomeno. Ma qual è questa strategia? L’UE punta ad abbassare le emissioni di gas inquinanti a 130 grammi di CO2 per chilometro entro il 2015 e di abbassarle fino a 95 grammi entro il 2020. Un obiettivo ritenuto troppo poco ambizioso da Greenpace.

Per Andrea Lepore, promotore della campagna clima di Greenpeace: “I ministri dell’industria europei devono riconoscere che l’unico modo per rilanciare la competitività del settore automobilistico europeo è indirizzarlo verso veicoli a bassi consumi e basse emissioni. Ma questo è possibile solo con una legislazione ambiziosa e limiti più stringenti”. L’associazione ambientalista conclude quindi che se l’Unione europea intende ottenere al più presto veicoli meno inquinanti, non deve far altro che fissare obiettivi più ambiziosi: 80 grammi di CO2 per chilometro entro il 2020 e 50 gr/km di CO2 entro il 2030. Questo obiettivo è possibile solo spingendo le auto ibride o le auto elettriche. Vedremo questa settimana come si evolverà la vicenda.

Eugenio Tinto

Fonte: auto.fanpage.it

La Bp: «Il siringone funziona bene bloccheremo la falla entro 10 giorni»

La compagnia: «Stiamo pompando parte del flusso  che fuoriesce dal pozzo. Ma agiamo con prudenza»

MILANO – Mentre i lunghi tentacoli di greggio color ruggine tingono di morte il Golfo del Messico, dove gran parte della ‘macchia nera’ sarebbe concentrata nei fondali, affiorano le prime speranze. Grazie al “siringone” introdotto nel braccio flessibile del pozzo della British Petroleum, gli ingegneri al lavoro per arginare quella che rischia di trasformarsi nella più grande marea nera della storia sono riusciti a pompare in superficie quantità di greggio e di gas naturale. Fonti della compagnia riferiscono infatti che al secondo tentativo il sistema del cosiddetto tubo-siringa inserito ad oltre 1.500 metri di profondità sta «funzionando estremamente bene». La Bp ha annunciato che «oltre a pompare in superficie il greggio», tenterà di «iniettare fanghi pesanti nella falla per bloccarla permanentemente entro 7-10 giorni». In questo momento, ha aggiunto un portavoce, la siringa sta pompando «parte» del flusso che fuoriesce dal pozzo e il dispositivo sta «funzionando come previsto». La Bp sta agendo però con grande prudenza, per evitare, come è successo nella notte tra sabato e domenica, che la siringa si stacchi dal tubo flessibile del pozzo. Per ottenere risultati significativi occorreranno giorni, forse oltre una settimana. «Continueremo ad aumentare le quantità » di petrolio estratto, ha precisato il vicepresidente, e «ci vorrà un certo tempo».
SUL FONDO – Alcuni ricercatori, citati dal New York Times, riferiscono però che il greggio in superficie sulle acque del Golfo del Messico è solo una minima parte di quello che si cela nelle acque profonde e che resta occultato alla vista. Gli studiosi hanno trovato diversi ‘pennacchi’ di petrolio fuoriusciti dalla falla aperta a 1.525 metri dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon il 20 aprile scorso. In un caso è stata individuata una chiazza lunga 16 chilometri e larga 5 e spessa 100 metri. «C’è una allarmante quantità di petrolio sul fondo a paragone di quello che vediamo in superficie», ha spiegato Samantha Joye, dell’università della Georgia.
L’IRA DI OBAMA – Il presidente Usa, Barack Obama, era stato durissimo nei giorni scorsi con le compagnie petrolifere coinvolte nella massiccia perdita di greggio nel Golfo del Messico per lo «spettacolo ridicolo» nel rimpallarsi la responsabilità dell’incidente. Nei commenti dopo una riunione del gabinetto per discutere gli sforzi per bloccare la perdita e limitarne l’impatto sulle comunità della costa del Golfo, Obama ha detto di essere arrabbiato e frustrato per la perdita, che minaccia di essere un disastro ecologico ed economico.

Fonte: corriere.it (17 Maggio 2010)

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